Allattamento, l’avvio “appeso a un filo”

L’allattamento al seno rappresenta il massimo beneficio possibile per il neonato.
Con esso si nutre il corpo e si nutre l’anima. Ma, il suo avvio non sempre risulta un’impresa semplice.
Nel nostro complesso contesto biofisico e socioculturale, “l’istinto fiducioso” non è sempre sufficiente per iniziare il percorso di allattamento.  A essere sacrificati, l’arte della natura e la ricerca scientifica che, invece, sosterrebbero la madre e la competenza del proprio figlio.

Perché così tante donne hanno difficoltà ad allattare?

Nonostante l’allattamento al seno sia generalmente considerato naturale, ad alcune donne potrebbe sembrare un’impresa ardua o, addirittura, impossibile.
A influenzare il suo decorso, infatti, fattori biologici, sociali, psicologici e demografici. Tutti elementi che possono indirizzare le neomamme verso credenze e pratiche contrarie a quanto previsto dalla natura. 
Senza considerare, poi, la persuasione esercitata da “esperti” improvvisati che consigliano loro il da farsi in base alla propria limitata esperienza.

Il tipo di parto può influire sul buon avvio dell’allattamento?

Al giorno d’oggi, grazie al progresso della medicina, è possibile affrontare il parto in maniera differente, in funzione delle condizioni della gravidanza. 
In particolare, il taglio cesareo si rivela uno strumento utile quando il parto naturale o indotto risulterebbe difficoltoso. 
Molte donne, dopo il cesareo, riescono ugualmente ad allattare il proprio bambino. In altre, invece, appare evidente come questa medicalizzazione possa interferire negativamente sull’avvio dell’allattamento. Tuttavia, non è l’unica pratica a poter esercitare un impatto negativo sul suo normale decorso.

Allattamento e parto cesareo

Il parto cesareo non è un intervento innocuo e va predisposto solo se necessario. 
Come per qualsiasi intervento chirurgico, si corre il rischio di incorrere in fastidiose complicazioni: infezione dell’incisione e tessuti più profondi, riapertura della ferita, dolori per giorni o settimane.
 Le madri, infatti, non possono riuscire a muoversi agilmente e trovare una posizione comoda per allattare. Inoltre, possono essere meno disposte all’allattamento al seno a causa del dolore, nonché più facilmente distanti dal proprio figlio.


Allattamento, tra parto indotto, epidurale e ossitocina

Superato il limite di settimane previsto per la gestazione, e per evitare complicanze, spesso i medici preferiscono attivare artificialmente il travaglio. Tuttavia, la scelta del parto indotto non sempre si risolve come previsto. Accade frequentemente che, in mancanza di progressione del travaglio, nonostante la somministrazione di ossitocina, si proceda ugualmente con un taglio cesareo.
 In questo ultimo caso, lo stress per madre e bambino risulta “doppio”, influenzando negativamente la scelta dell’allattamento naturale.
L’ossitocina sintentica, usata di routine durante il travaglio, il parto e qualche volta per diverse ore dopo la nascita del bambino, viene somministrata anche per “accorciare” la durata del travaglio. Ma, viene utilizzata anche dopo la nascita per prevenire l’emorragia postpartum. 
Tuttavia il suo uso può provocare una ridotta produzione di latte durante i primi giorni dopo la nascita.
Occorre considerare, inoltre, come non sia effettivamente necessaria nella maggior parte dei casi. Il contatto pelle a pelle tra madre e bambino, immediatamente dopo il parto, consente al bebè di prendere il seno e contribuire al naturale rilascio di ossitocina, ovvero a ridurre il rischio di emorragia.

Anche l’epidurale, poi, presenta possibili controindicazioni. Somministrata solitamente come palliativo per la soppressione del dolore durante il travaglio, può trasformarsi in una potenziale scelta avversa all’allattamento.
 Assieme ad essa, infatti, viene iniettata una grande quantità di liquidi per via endovenosa. Questi, a volte, possono comportare un calo significativo della pressione sanguigna.
Gli anestesisti sono soliti rassicurare le neomamme sulla qualità dei farmaci utilizzati, nonché sull’impossibilità degli stessi di avere delle controindicazioni sul neonato e sulla madre.

L’allattamento durante la somministrazione di liquidi

È opportuno considerare che la somministrazione di grandi quantità di liquidi per via endovenosa durante il travaglio, la nascita e l’immediato postpartum può creare diversi disagi. 
I liquidi, infatti, vengono ricevuti non solo dalla madre, ma anche dal bambino. Due studi scientifici dimostrano come, in questi casi, aumenti la probabilità che il neonato perda il 10% o più del peso alla nascita. A tale rapido calo del peso ponderale corrisponde spesso, automaticamente, un’integrazione di latte artificiale con il biberon.
In verità, la ricerca dimostra che la valutazione dell’efficacia dell’allattamento al seno, sulla base della percentuale di perdita di peso, sia assolutamente assurda. Se una valutazione fosse necessaria, questa andrebbe affrontata in maniera clinica, al fine di stabilire il naturale decorso. 
Anche l’attenta osservazione dei numeri della bilancia è fallace. Bilance diverse possono fornire risultati diversi. Senza considerare, poi, l’influenza dei momenti della giornata e delle condizioni in cui la misurazione viene effettuata.

Un’altra conseguenza negativa della somministrazione di un’ingente quantità di liquidi risiede nella loro permanenza all’interno del corpo. La madre, infatti, può presentare un’edema delle mani e dei piedi, ma anche capezzoli e areole gonfi. In tali condizioni, il bambino potrebbe aver difficoltà ad attaccarsi bene al seno e a ottenere efficacemente il latte.
 Allo stesso tempo, i neonati che hanno una cattiva presa del seno possono danneggiare i capezzoli materni.

Dunque, l’impiego di massicce quantità di liquidi per via endovenosa, durante il travaglio, il parto e nelle fasi immediatamente successive, può rappresentare un grande ostacolo all’allattamento. La frequente introduzione precoce del biberon anticipa l’integrazione con il latte formulato. 
Inoltre, per l’eventuale esagerato calo ponderale del peso, il bambino può essere separato dalla madre, perché trasferito in terapia intensiva. Si tratta, insomma, del primo passo verso il fallimento dell’allattamento.

Allattamento, biberon e paracapezzoli

Accade frequentemente che il personale degli ospedali offra, come espediente risolutivo di possibili difficoltà, biberon con latte in formula o paracapezzoli. Ma, non è questo ciò di cui hanno bisogno mamma e bambino.
Ciò che occorre è la presenza di figure qualificate e competenti, come le consulenti in allattamento, che possano effettivamente rappresentare un valido aiuto. Serve assistenza per correggere l’attacco al seno, per imparare la sua compressione, al fine di trasferire più latte al bebè. 
Se la mamma ha le ragadi sui capezzoli e sulle areole significa che l’attacco del bambino va verificato da una consulente in allattamento IBCLC.

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